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Studi
sull'Induismo
La
teoria indù dei cinque elementi
1
è noto
che nella dottrina indù il punto di vista "cosmologico"
è rappresentato principalmente dal Vaishêshika
e, sotto un altro aspetto, dal Sânkhya, quest'ultimo
caratterizzabile come "sintetico", mentre il primo
può esser detto "analitico". Il nome del
Vaishêshika è derivato da vishêsha,
che significa "carattere distintivo" e, di conseguenza,
"cosa individuale"; esso indica perciò specificamente
il ramo della dottrina che si applica alla conoscenza delle
cose in modo distintivo e individuale. Tale punto di vista
è quello che più esattamente corrisponde, con
la riserva delle differenze necessariamente implicite nel
modi di pensare rispettivi dei due popoli, a quella che i
Greci, soprattutto nel periodo "presocratico", chiamavano
"filosofia fisica". Noi preferiamo però servirci
del termine "cosmologia", a evitare ogni equivoco
e per mettere meglio in rilievo la profonda differenza che
esiste tra ciò di cui è questione e la fisica
dei moderni; del resto, proprio questo si intendeva per "cosmologia"
nel Medioevo occidentale.
Inglobando
nel suo oggetto ciò che si riferisce alle cose sensibili
e corporee, le quali sono d'ordine eminentemente individuale,
il Vaishêshika si è occupato della teoria
degli elementi, i quali sono i principi costitutivi
dei corpi , con maggior dettaglio di quanto non potessero
fare gli altri rami della dottrina; tuttavia c'è
da notare che si è obbligati a far ricorso a questi
ultimi, e soprattutto al Sânkhya, quando si tratta
di ricercare quali siano i principi più universali
dai quali tali elementi procedono. Secondo la dottrina indù
gli elementi sono cinque; in sanscrito essi sono chiamati
bhûta, parola derivata dalla radice verbale bhû,
che significa "essere", ma più particolarmente
nel senso di "sussistere", il che vuol dire che
designa l'essere umano preso in considerazione nel suo
aspetto "sostanziale" (l'aspetto "essenziale"
è espresso dalla radice as); di conseguenza,
su tale parola riverbera anche una certa idea di "divenire",
perché è dalla parte della "sostanza"
che si situa la radice di ogni "divenire", in opposizione
all'immutabilità dell'"essenza";
ed è in questo senso che Prakriti, o la "Sostanza
universale", può essere indicata in modo proprio
come la "Natura", termine che, così come
il suo equivalente greco physis, implica precisamente
e anzitutto, a motivo della sua derivazione etimologica, l'idea
di "divenire". Gli elementi sono perciò considerati
come determinazioni sostanziali o, in altri termini, modificazioni
di Prakriti, modificazioni che non hanno però
se non un carattere puramente accidentale nei confronti di
quest'ultima, così come l'esistenza corporea
stessa, in quanto modalità definita da un certo insieme
di condizioni determinate, non è nulla più di
un semplice accidente se messa in rapporto con l'Esistenza
universale intesa nella sua integralità.
Se si considerano
ora, nell'essere, l'"essenza" correlativamente
alla "sostanza", essendo questi due aspetti l'uno
complementare dell'altro e corrispondendo essi a quelli
che possiamo chiamare i due poli della manifestazione universale,
ciò che equivale a dire che essi sono le espressioni
rispettive di Purusha e Prakriti in tale manifestazione,
occorrerà che alle determinazioni sostanziali costituite
dai cinque elementi corrisponda un ugual numero di determinazioni
essenziali, o "essenze elementari", le quali ne
siano, si potrebbe dire, gli "archetipi", i principi
ideali o "formali" nel senso aristotelico dell'ultimo
termine, e appartengano, non più alla sfera corporea,
ma a quella della manifestazione sottile. Il Sânkhya
prende in effetti in considerazione, secondo questa prospettiva,
cinque essenze elementari, le quali ricevono il nome di tanmâtra:
questo termine significa letteralmente una "misura",
o un'"assegnazione", che delimita il campo
proprio di una determinata qualità o "quiddità"
nell'Esistenza universale. è assiomatico che tali
tanmâtra, per il fatto stesso che si situano
nella sfera sottile, non sono assolutamente percepibili dai
sensi al modo degli elementi corporei e delle loro combinazioni;
essi sono unicamente "concepibili" idealmente, e
possono ricevere denominazioni particolari soltanto per analogia
con i differenti ordini di qualità sensibili che gli
corrispondono, giacché è la qualità a
essere in questo caso l'espressione contingente dell'essenza.
Di fatto, essi sono generalmente indicati con i nomi stessi
di tali qualità: auditiva o sonora (shabda),
tangibile (sparsha), visibile (rûpa, nel
duplice senso di forma e colore), sapida (rasa), olfattiva
(gandha); ma, ripetiamo, tali denominazioni devono
essere intese soltanto in quanto analogiche, perché
simili qualità non possono essere considerate se non
nello stato principiale, in certo qual modo, e "non-sviluppato",
giacché solo dai bhûta esse saranno, come
vedremo, manifestate effettivamente nella sfera sensibile.
La concezione dei tanmâtra è necessaria
quando si voglia riferire la nozione degli elementi ai principi
dell'Esistenza universale, ai quali del resto essa si
ricollega inoltre, ma questa volta dalla parte "sostanziale",
per un altro ordine di considerazioni di cui ci toccherà
parlare in seguito; la concezione dei tanmâtra,
invece, non ha evidentemente da intervenire quando ci si limiti
allo studio delle esistenze individuali e delle qualità
sensibili in quanto tali, ed è questa la ragione per
cui di essa non si parla nel Vaishêshika, il
quale, per definizione stessa, si situa precisamente da quest'ultimo
punto di vista.
Ricorderemo
che i cinque elementi riconosciuti dalla dottrina indù
sono i seguenti: âkâsha, l'etere;
vâyu, l'aria; têjas, il fuoco;
ap, l'acqua; prithvî, la terra. L'ordine
seguito è quello del loro sviluppo o della loro differenziazione,
a partire dall'etere, che è l'elemento primordiale;
è sempre in quest'ordine che essi sono enumerati
in tutti i testi del Vêda in cui se ne parla,
in particolare nei passi della Chândogya-Upanishad
e della Taittirîyaka-Upanishad dove è
descritta la loro genesi; e il loro ordine di riassorbimento,
o di ritorno allo stato indifferenziato, è naturalmente
l'inverso del loro ordine di sviluppo. Inoltre, a ciascun
elemento corrisponde una qualità sensibile, la quale
è considerata la sua qualità propria, quella
che ne manifesta la natura in modo essenziale e attraverso
la quale tale natura ci è conosciuta; la corrispondenza
che è in tal modo stabilita tra i cinque elementi e
i cinque sensi è la seguente: all'etere corrisponde
l'udito (shrotra), all'aria il tatto (twach);
al fuoco la vista (chaksus), all'acqua il gusto
(rasana); alla terra l'odorato (ghrâna),
e l'ordine di sviluppo dei sensi è anche quello
degli elementi ai quali essi sono legati e dai quali dipendono
in modo diretto; quest'ordine è ovviamente conforme
a quello secondo il quale abbiamo enumerato in precedenza
le qualità sensibili riferendole in modo principiale
ai tanmâtra. Per di più, ognuna delle
qualità che si manifesta in un elemento si manifesta
anche negli elementi seguenti, e non più in quanto
appartiene loro in proprio, ma in quanto tali elementi procedono
dagli elementi precedenti; in effetti sarebbe contraddittorio
supporre che il processo di sviluppo della manifestazione,
che si effettua, come visto, gradualmente, possa provocare,
in uno stadio più avanzato, il ritorno allo stato non
manifesto di quel che già si è sviluppato in
stadi di minor differenziazione.
Prima di procedere
oltre, possiamo, per quel che riguarda il numero degli elementi
e il loro ordine di derivazione, così come per la loro
corrispondenza con le qualità sensibili, far notare
alcune differenze importanti che esistono fra tutto ciò
e le teorie di quel "filosofi fisici" greci ai quali
accennavamo all'inizio. Prima di tutto, la maggior parte
di essi ammettevano solo quattro elementi, perché non
riconoscevano l'etere quale elemento distinto; sotto
tale profilo, e fatto piuttosto curioso da notare, essi sono
in accordo con i Giaina e con i Buddhisti, i quali si oppongono
su questo, così come su molti altri punti, alla dottrina
indù ortodossa. Qualche eccezione però esiste,
in particolare nel caso di Empedocle, il quale ammetteva i
cinque elementi, ma sviluppantisi nel seguente ordine: etere,
fuoco, terra, acqua e aria, ordine che presenta un aspetto
difficilmente giustificabile; per di più, secondo qualcuno2,
questo filosofo avrebbe anch'egli accettato quattro elementi
soltanto, che sarebbero allora indicati in ordine diverso:
terra, acqua, aria e fuoco. Quest'ordine è esattamente
l'inverso di quello che si trova in Platone; ragione
per cui si può forse pensare che esso sia, non già
l'ordine di produzione degli elementi, bensì il
loro ordine di riassorbimento gli uni negli altri. Secondo
diverse testimonianze, gli Orfici e i Pitagorici riconoscevano
i cinque elementi, cosa perfettamente normale dato il carattere
propriamente tradizionale delle loro dottrine; del resto,
più tardi anche Aristotele li riconobbe; in tutti i
casi, però, l'importanza e la funzione dell'etere
non sono mai state fra i Greci né così accettate
né tanto chiaramente definite quanto fra gli Indù,
A onta di certi brani del Fedone e del Timeo,
senza dubbio di ispirazione pitagorica, Platone tiene generalmente
conto solo di quattro elementi: secondo lui il fuoco e la
terra sono gli elementi estremi, e l'aria e l'acqua
gli elementi intermedi, e tale ordine differisce da quello
tradizionale degli Indù per l'inversione dell'aria
con il fuoco; ci sarebbe da chiedersi se non si tratti piuttosto
di una confusione tra l'ordine di produzione e una ripartizione
secondo quelli che possiamo definire i "gradi di sottigliezza"
degli elementi (gradi che del resto ritroveremo fra poco),
anche se in questo caso ci sarebbe ancora da appurare se l'enumerazione
seguita da Platone corrisponda effettivamente, nell'intenzione
del suo autore, a un ordine di produzione. Platone concorda
con la dottrina indù quando attribuisce al fuoco la
visibilità come qualità propria, ma se ne allontana
quando attribuisce la tangibilità alla terra invece
di attribuirla all'aria; inoltre, sembra ben difficile
trovare nei Greci una corrispondenza rigorosamente definita
tra gli elementi e le qualità sensibili; ed è
facile capire il perché, giacché, accettando
soltanto quattro elementi, si dovrebbe avvertire immediatamente
in tale corrispondenza una lacuna, dal momento che, per altri
versi, il numero cinque è sempre uniformemente ammesso
per quel che riguarda i sensi.

In Aristotele
si trovano considerazioni di tipo del tutto diverso, le quali
concernono anch'esse le qualità, ma non nel senso
delle qualità sensibili vere e proprie; tali considerazioni
si fondano in effetti sulle combinazioni del caldo e del freddo,
che sono rispettivamente principi di espansione e di
condensazione , con il secco e con l'umido; il
fuoco è caldo e secco, l'aria calda e umida, l'acqua
fredda e umida, la terra fredda e secca. I raggruppamenti
di queste quattro qualità, le quali si oppongono a
due a due, non tengono perciò conto se non dei quattro
elementi ordinari, a esclusione dell'etere, cosa che
si giustifica del resto se si osserva che quest'ultimo,
in quanto elemento primordiale, deve contenere in se stesso
gli insiemi delle qualità opposte o complementari,
che in tal modo coesistono allo stato neutro in quanto equilibrantisi
perfettamente l'una con l'altra, e precedentemente
alla loro differenziazione, la quale può essere considerata
precisamente come il risultato della rottura di tale equilibrio
originario. L'etere deve perciò essere rappresentato
in modo da situarsi nel punto in cui le opposizioni non esistono
ancora, ma a partire dal quale si producono, vale a dire al
centro della figura cruciale i cui rami corrispondono agli
altri quattro elementi; questa rappresentazione è di
fatto quella adottata dagli ermetisti medioevali, i quali
riconoscevano espressamente l'etere con il nome di "quintessenza"
(quinta essentia), il che presuppone però un'enumerazione
degli elementi effettuata in ordine ascendente o "regressivo",
ossia inversa di quello di produzione, giacché in questo
caso l'etere sarebbe il primo elemento e non il quinto;
da notare anche che si tratta in realtà di una "sostanza"
e non di una "essenza", e a tal proposito l'espressione
usata rivela una confusione frequente nella terminologia latina
medioevale, in cui la distinzione tra "essenza"
e "sostanza", nel senso da noi indicato, non sembra
essere mai stata fatta in modo preciso, come traspare con
evidenza nei testi della filosofia scolastica3.
E già
che siamo in argomento di confronti dobbiamo ancora mettere
in guardia, sotto un altro profilo, contro un falso accostamento
a cui può dar luogo la dottrina cinese, nella quale
pure si ritrova qualcosa che riceve generalmente la denominazione
di "cinque elementi"; questi ultimi sono enumerati
nell'ordine seguente: acqua, legno, fuoco, terra, metallo,
ordine che è considerato, anche in questo caso, come
quello della loro produzione. Può confondere qui il
fatto che il numero è lo stesso sia dall'una che
dall'altra parte, e che, su cinque termini. tre hanno
denominazioni equivalenti; sennonché, la domanda da
porsi è: a cosa corrispondono gli altri due, e come
si può far coincidere l'ordine qui indicato con
quello della dottrina indù4? La verità
è che, nonostante le apparenti similitudini, si tratta
di un punto di vista totalmente diverso, il cui esame sarebbe
però fuori luogo in questa sede, e che per evitare
qualsiasi confusione sarebbe anzi assai meglio tradurre il
termine cinese hing con una parola che non fosse "elementi",
ad esempio, com'è stato proposto5,
con il termine "agenti", che è inoltre più
vicino al suo reale significato.
Fatte queste
osservazioni preliminari, volendo ora precisare la nozione
degli elementi dobbiamo però ancora dissipare, ma senza
dilungarci eccessivamente, alcuni errori che sono comunemente
diffusi a tal proposito all'epoca nostra. In primo luogo,
non c'è quasi bisogno di dire che se gli elementi
sono i principi costitutivi dei corpi, ciò e da intendere
in modo del tutto diverso da quello in cui i chimici pensano
che i corpi siano costituiti quando li considerano come la
risultante della combinazione di determinati "corpi semplici"
o pretesi tali: innanzi tutto la numerosità dei corpi
cosiddetti semplici già si oppone a un'assimilazione
di tal genere, e poi non è affatto provato che ci siano
corpi veramente semplici, giacché tale nome è
di fatto attribuito ai corpi che i chimici non sono capaci
di scomporre. A ogni buon conto gli elementi non sono corpi,
quand'anche semplici, bensì i principi sostanziali
a partire dai quali i corpi sono formati; non ci si deve lasciare
indurre in errore dal fatto che essi sono indicati analogicamente
con nomi che possono essere anche quelli di certi corpi, ai
quali essi non sono, a motivo di ciò, assolutamente
identici; qualsiasi corpo deriva in realtà dall'insieme
dei cinque elementi, anche se può esserci nella sua
natura una certa predominanza dell'uno o dell'altro
di questi elementi.
In epoca più
recente si sono voluti identificare gli elementi nei diversi
stati fisici della materia com'essa è intesa dal
fisici moderni, cioè, tutto sommato, nei differenti
gradi di condensazione che essa presenta a partire dall'etere
primordiale omogeneo che riempie l'intero spazio, unendo
in tal modo fra di loro tutte le parti del mondo corporeo.
Secondo questo modo di vedere, si fa corrispondere, procedendo
da ciò che è più denso verso ciò
che è più sottile, ossia secondo un ordine che
è l'inverso di quello che si accetta per la loro
differenziazione, la terra allo stato solido, l'acqua
allo stato liquido, l'aria allo stato gassoso, e il fuoco
a uno stato ulteriormente rarefatto, relativamente simile
a quello che taluni fisici hanno chiamato lo "stato radiante",
il quale dovrebbe di conseguenza esser distinto dallo stato
eterico. Siamo qui di fronte a quella inutile preoccupazione,
tanto comune ai giorni nostri, di fare andar d'accordo
le idee tradizionali con le concezioni scientifiche profane;
con ciò non vogliamo asserire, però, che anche
un simile punto di vista non possa contenere una certa parte
di verità, nel senso che è ammissibile che ciascuno
degli stati fisici abbia determinati rapporti più particolari
con un certo elemento; sennonché si tratta al massimo
di una corrispondenza, e non già di una identificazione,
la quale sarebbe del resto incompatibile con la coesistenza
costante di tutti gli elementi in qualsiasi corpo, in qualunque
stato esso si presenti; e ancor meno legittimo sarebbe procedere
su questa linea che non avere la pretesa di assimilare gli
elementi alle qualità sensibili, le quali, sotto un
altro punto di vista, per lo meno si collegano a essi in modo
molto più diretto. Secondo un altro aspetto, l'ordine
di condensazione crescente che viene in tal modo a stabilirsi
tra gli elementi è identico a quello che abbiamo trovato
in Platone: questi colloca il fuoco prima dell'aria e
subito dopo l'etere, come se il fuoco fosse il primo
elemento che si differenzia all'interno di tale ambiente
cosmico originario; non è perciò in questa maniera
che si può trovare la giustificazione dell'ordine
tradizionale affermato dalla dottrina indù. Occorre
però fare molta attenzione a evitare di costringersi
esclusivamente in un modo di vedere troppo sistematico, ossia
troppo ristrettamente limitato e particolareggiato; e certo
mal si capirebbe la teoria di Aristotele e degli ermetisti
da noi indicata se si cercasse, con la scusa che essa fa intervenire
principi di espansione e di condensazione, di interpretarla
a favore di una assimilazione degli elementi con i differenti
stati fisici di cui si è parlato.
Se proprio
preme trovare un punto di contatto con le teorie fisiche nell'accezione
attuale della parola, sarebbe senza dubbio più giusto
prendere in esame gli elementi, con riferimento alla loro
corrispondenza con le qualità sensibili, in quanto
rappresentanti differenti modalità vibratorie della
materia, modalità attraverso le quali questa si rende
successivamente percepibile a ciascuno dei nostri sensi; e
quando diciamo successivamente si deve però capir bene
che si tratta solo di una successione logica6.
Soltanto che, quando si parla in tal modo delle modalità
vibratorie della materia, così come quando si tratta
dei suoi stati fisici, occorre por mente a un particolare
punto: fra gli Indù, per lo meno (e in una certa misura
anche fra i Greci), non si trova la nozione di materia com'essa
è intesa dai fisici moderni; la prova di ciò
è data dal fatto che, come già ci è occorso
di far notare in altra sede, non esiste in sanscrito nessun
termine che si possa, neppure approssimativamente, tradurre
con "materia". Perciò, se è talvolta
permesso servirsi di tale nozione per interpretare le concezioni
degli antichi, allo scopo di farsi capire più facilmente,
tuttavia non si deve mai farlo senza usare di talune precauzioni;
a ogni buon conto è possibile, ad esempio, trattare
degli stati vibratori senza che sia necessario far ricorso
alle speciali proprietà che i moderni attribuiscono
specificamente alla materia. Ciò nonostante, una concezione
del genere ci sembra più adatta a indicare per analogia
cosa siano gli elementi, aiutandosi, se così si può
dire, con un modo di esprimersi "immaginoso", che
non a definirli veramente; e forse è proprio solo questo
che si può fare mediante il linguaggio di cui disponiamo
al presente, in conseguenza dell'oblio in cui sono cadute
le idee tradizionali nel mondo occidentale.
Aggiungeremo
tuttavia ancora questo: le qualità sensibili esprimono,
in rapporto con la nostra individualità umana, le condizioni
che caratterizzano e determinano l'esistenza corporea
in quanto modo particolare dell'Esistenza universale,
giacché è attraverso tali qualità che
noi conosciamo i corpi, a esclusione di ogni altra cosa; possiamo
perciò vedere negli elementi anche l'espressione
delle condizioni dell'esistenza corporea, non più
dal punto di vista umano, ma dal punto di vista cosmico. Non
ci è possibile dare in questa sede tutti gli sviluppi
che tale questione comporterebbe; si può però
capire immediatamente, da quel che abbiamo detto, come le
qualità sensibili procedano dagli elementi in quanto
traduzione o riflessione "microcosmica" delle realtà
"macrocosmiche" corrispondenti. Si può inoltre
capire come i corpi, che sono in modo proprio definiti dall'insieme
delle condizioni di cui si tratta, siano per ciò stesso
costituiti come tali dagli elementi nei quali esse si "sostanzializzano";
e questa, ci sembra, è la nozione più esatta,
e insieme la più generale, che si possa fornire di
tali elementi.
Dopo queste,
passeremo ad altre considerazioni che faranno vedere ancor
meglio come la concezione degli elementi si ricolleghi non
soltanto a condizioni di esistenza di un ordine più
universale, ma, più precisamente, alle condizioni stesse
di ogni manifestazione. è nota l'importanza che
la dottrina indù attribuisce alla considerazione dei
tre guna: tale termine indica delle qualità
o attribuzioni costitutive e primordiali degli esseri considerati
nel loro differenti stati di manifestazione, qualità
che essi traggono dal principio "sostanziale" della
loro esistenza, giacché, da un punto di vista universale,
esse sono inerenti a Prakriti, nella quale sono in
perfetto equilibrio nell'"indistinzione" della
pura potenzialità indifferenziata. Qualsiasi manifestazione
o modificazione della "sostanza" rappresenta una
rottura di questo equilibrio; gli esseri manifestati partecipano
perciò a gradi diversi ai tre guna, ma questi
non sono stati, bensì condizioni generali alle quali
gli esseri sono soggetti in ogni stato, condizioni dalle quali
essi sono in certo qual modo legati, e che determinano la
tendenza attuale del loro "divenire". Non è
il caso che ci addentriamo qui nell'esposizione completa
di tutto quel che concerne i guna; ne esamineremo soltanto
l'applicazione alla distinzione degli elementi. E neppure
torneremo sulla definizione di ciascuno di essi, definizione
che abbiamo già dato in diverse occasioni; ricorderemo
solo, dal momento che è la cosa più importante
per l'argomento che stiamo trattando, che sattwa
è rappresentato come una tendenza ascendente, tamas
come una tendenza discendente, e rajas, intermedio
tra i due, come un'espansione nel senso orizzontale.
I tre guna
si devono ritrovare in ognuno degli elementi, così
come si ritrovano in tutto ciò che appartiene alla
sfera della manifestazione universale; vi si trovano però
in proporzioni differenti, che stabiliscono tra tali elementi
una sorta di gerarchia, la quale può ritenersi analoga
a quella che, da un altro punto di vista, incomparabilmente
più ampio, si stabilisce in modo analogo tra i molteplici
stati dell'Esistenza universale, anche se qui non si
tratta che di semplici modalità comprese all'interno
di un solo stato. Tamas predomina nell'acqua e
nella terra, ma soprattutto nella terra; fisicamente, a questa
forza discendente e compressiva corrisponde la gravitazione
o la pesantezza. Rajas predomina nell'aria; di
conseguenza questo elemento è visto come essenzialmente
provvisto di un movimento trasversale. Nel fuoco predomina
sattwa, perché il fuoco è l'elemento
luminoso; la forza ascendente è simboleggiata dalla
tendenza della fiamma a elevarsi, e si traduce fisicamente
nel potere dilatante del calore, in quanto tale potere si
oppone alla condensazione dei corpi.
Per dare un'interpretazione
più precisa di tutto questo, possiamo raffigurare la
distinzione degli elementi come se si effettuasse all'interno
di una sfera: in essa le due tendenze ascendente e discendente
delle quali abbiamo parlato si eserciteranno secondo le due
direzioni opposte individuate sullo stesso asse verticale,
l'una in senso contrario dell'altra, e rispettivamente
rivolte verso i due poli; quanto all'espansione in senso
orizzontale, che indica un equilibrio tra queste due tendenze,
essa si effettuerà naturalmente nel piano perpendicolare
al centro dell'asse verticale, vale a dire nel piano
equatoriale. Se esaminiamo ora gli elementi pensandoli ripartiti
in questa sfera secondo le tendenze in essi predominanti,
la terra, in virtù della tendenza discendente della
gravitazione, dovrà occupare il punto più basso,
considerato la regione dell'oscurità e insieme
costituente il fondo delle acque, mentre l'equatore segna
la loro superficie, secondo un simbolismo che è del
resto comune a tutte le dottrine cosmogoniche, a qualunque
forma tradizionale appartengano. L'acqua occupa perciò
l'emisfero inferiore, e benché la

tendenza discendente
si affermi ancora nella natura di questo elemento, non si
può dire che la sua azione vi si eserciti in maniera
esclusiva (o quasi esclusiva, giacché la coesistenza
necessaria dei tre guna in tutte le cose impedisce
che il limite estremo sia mai raggiunto di fatto in qualsivoglia
modo di manifestazione), perché, se consideriamo un
punto qualsiasi dell'emisfero inferiore a esclusione
del polo, il raggio corrispondente a tale punto avrà
una direzione obliqua, intermedia tra la verticale discendente
e l'orizzontale. Possiamo perciò considerare la
tendenza individuata da simile direzione come scomponibile
in altre due, di cui essa è la risultante, le quali
saranno rispettivamente l'azione di tamas e quella
di rajas; se riferiamo queste due azioni alle qualità
dell'acqua, la componente verticale, funzione di tamas,
corrisponderà alla densità, e la componente
orizzontale, funzione di rajas, alla fluidità.
L'equatore individua la regione intermedia, che è
quella dell'aria, elemento neutro che mantiene l'equilibrio
tra le due tendenze opposte, come fa rajas tra tamas
e sattwa, nel punto in cui queste due tendenze si neutralizzano
l'una con l'altra e, estendendosi trasversalmente
sulla superficie delle acque, separa e delimita le zone rispettive
dell'acqua e del fuoco. In effetti l'emisfero superiore
è occupato dal fuoco, nel quale predomina l'azione
di sattwa ma in cui ancora si esercita quella di rajas,
poiché la tendenza in ogni punto di tale emisfero,
indicata allo stesso modo dell'emisfero

inferiore,
è ora intermedia tra l'orizzontale e la verticale
ascendente: la componente orizzontale, funzione di rajas,
corrisponderà al calore, e la componente verticale,
funzione di sattwa, corrisponderà alla luce,
perché calore e luce sono interpretati come due termini
complementari che si uniscono nella natura dell'elemento
igneo.
Non abbiamo
finora parlato dell'etere: siccome esso è il più
elevato e il più sottile di tutti gli elementi, dobbiamo
collocarlo nel punto più alto, ossia al polo superiore,
che è la regione della luce pura, per opposizione al
polo inferiore che è, come abbiamo detto, la regione
dell'oscurità. Di conseguenza l'etere domina
la sfera degli altri elementi; occorre però considerarlo
nello stesso tempo tale da avviluppare e penetrare tutti questi
elementi, dei quali è il principio, e ciò a
motivo dello stato di indifferenziazione che lo caratterizza,
e gli consente di realizzare una vera e propria "onnipresenza"
nel mondo corporeo; come afferma Shankarâchârya
nell'âtmâ-Bodha "l'etere
si diffonde dappertutto, e penetra tanto l'esterno quanto
l'interno delle cose". Possiamo perciò dire
che, fra gli elementi, è il solo etere che raggiunge
il punto in cui l'azione di sattwa si esercita
al suo grado più alto; sennonché non possiamo
localizzarlo esclusivamente in questo punto, come abbiamo
fatto per la terra nel punto opposto, e dobbiamo considerarlo
come tale da occupare nello stesso tempo la totalità
della sfera elementare, qualunque sia la rappresentazione
geometrica a cui si ricorra per simboleggiare l'insieme
di tale sfera. Se abbiamo adottato la rappresentazione costituita
da una figura sferica, questo non è avvenuto soltanto
perché quest'ultima è quella che permette
l'interpretazione più facile e più chiara,
ma anche anzi, prima di tutto perché
essa è quella che meglio di ogni altra si accorda con
i principi generali del simbolismo cosmogonico così
come si ritrovano in tutte le tradizioni; a tal proposito
si potrebbero effettuare dei confronti molto interessanti,
ma in questa sede non possiamo addentrarci in tali sviluppi,
i quali si allontanerebbero troppo dall'argomento del
presente studio.
Prima di concludere
questa parte della nostra esposizione, ci resta da fare un'ultima
osservazione, ed è questa: se assumiamo come ordine
degli elementi quello in cui li abbiamo suddivisi nella loro
sfera, procedendo dall'alto verso il basso, ossia dal
più sottile al più denso, ritroviamo precisamente
l'ordine indicato da Platone; sennonché qui quest'ordine,
che possiamo dire gerarchico, non si confonde con l'ordine
di produzione degli elementi, e deve esserne accuratamente
distinto. In effetti, l'aria occupa in esso una posizione
intermedia tra il fuoco e l'acqua, ma ciò nondimeno
è prodotta prima del fuoco, e a dire il vero la ragione
di questi due posizionamenti differenti è in fondo
la stessa, ed è che l'aria è in certo qual
modo un elemento neutro, il quale, proprio a causa di ciò,
corrisponde a uno stato di minor differenziazione di quello
del fuoco e dell'acqua, in quanto le due tendenze ascendente
e discendente vi si equilibrano ancora perfettamente l'una
con l'altra. Per contro, tale equilibrio è rotto
nel fuoco a favore della tendenza ascendente, e nell'acqua
a favore della tendenza discendente; e l'opposizione
che si manifesta tra le qualità rispettive di questi
due elementi indica in modo preciso lo stato di maggior differenziazione
al quale essi corrispondono. Se ci si pone dal punto di vista
della produzione degli elementi, occorre considerare allora
che la loro differenziazione si effettua a partire dal centro
della sfera, punto primordiale in cui si porrà l'etere
che ne è il principio; da qui avremo in primo luogo
l'espansione orizzontale, corrispondente all'aria,
poi la manifestazione della tendenza ascendente, corrispondente
al fuoco, e quella della tendenza discendente, corrispondente
prima all'acqua, e dopo alla terra, punto d'arresto
e termine finale di tutta la differenziazione elementare.
Ci tocca ora
scendere in qualche particolare a proposito di ciascuno dei
cinque elementi, e prima di tutto affermare che il primo di
essi, âkâsha o etere, è di fatto
un elemento reale e distinto dagli altri. In effetti, come
già abbiamo accennato prima, certuni, in particolare
i Buddhisti, non lo riconoscono come tale, e argomentando
che è nirûpa, ossia "senza forma",
a motivo della sua omogeneità, lo considerano una "non-entità"
facendolo identico al vuoto, giacché per loro ciò
che è omogeneo può soltanto essere un semplice
vuoto. La teoria del "vuoto universale" (sarva-shûnya)
si presenta qui del resto come una conseguenza diretta e logica
dell'atomismo, in quanto, se nel mondo corporeo soltanto
gli atomi hanno un'esistenza positiva, e se essi devono
muoversi per aggregarsi gli uni con gli altri a formare tutti
i corpi, tale movimento potrà effettuarsi solamente
nel vuoto. A ogni buon conto simile conseguenza non è
accettata dalla scuola di Kanâda, rappresentativa del
Vaishêshika, ma eterodossa proprio per quanto
riguarda la sua accettazione dell'atomismo, con il quale
beninteso il punto di vista "cosmologico"
non è affatto solidale in quanto tale; inversamente,
i "filosofi fisici" greci che non contano l'etere
fra gli elementi sono lungi dall'essere tutti atomisti,
e sembrano ignorarlo più che non respingerlo in modo
dichiarato. Comunque sia, l'opinione dei Buddhisti è
facilmente confutabile se si fa notare che non può
esistere uno spazio vuoto, tale concezione essendo contraddittoria:
in tutta la sfera della manifestazione universale, della quale
lo spazio fa parte, non può esserci vuoto, giacché
il vuoto, il quale non può esser concepito se non negativamente,
non è una possibilità di manifestazione; inoltre,
la concezione di uno spazio vuoto corrisponderebbe a quella
di un contenente senza contenuto, il che è evidentemente
privo di senso. Conseguentemente, l'etere è ciò
che occupa tutto lo spazio, anche se non si confonde con ciò
con lo spazio stesso, perché quest'ultimo, essendo
solo un contenente, ossia tutto sommato una condizione di
esistenza e non un'entità indipendente, non può
in quanto tale essere il principio sostanziale dei corpi,
né essere all'origine degli altri elementi; l'etere
perciò non è lo spazio, ma piuttosto il contenuto
dello spazio concepito come preliminare a ogni differenziazione.
In tale stato di indifferenziazione primordiale, stato che
è come un'immagine dell'"indistinzione"
di Prakriti con riferimento a quella particolare sfera
di manifestazione che è il mondo corporeo, l'etere
contiene già in potenza, non soltanto tutti gli elementi,
ma altresì tutti i corpi, e la sua stessa omogeneità
lo rende capace di ricevere tutte le forme nelle sue modificazioni.
Poiché è il principio delle cose corporee, esso
possiede la quantità, la quale è un attributo
fondamentale comune a tutti i corpi; inoltre, esso è
considerato essenzialmente semplice, sempre a motivo della
sua omogeneità, e impenetrabile, giacché è
lui stesso che penetra tutto.
Dimostrata
in questo modo, l'esistenza dell'etere si presenta
ben diversa da una semplice ipotesi, e ciò mostra con
evidenza la differenza profonda che separa la dottrina tradizionale
da tutte le teorie scientifiche moderne. Tuttavia è
il caso di prendere in considerazione un'ulteriore obiezione:
quand'anche l'etere sia un elemento reale, questo
non basta a provare che esso sia anche un elemento distinto;
in altre parole, potrebbe darsi che l'elemento che è
diffuso in tutto lo spazio corporeo (intendiamo con ciò
lo spazio atto a contenere corpi) non sia altro che l'aria,
e sarebbe allora quest'ultima che è in realtà
l'elemento primordiale. La risposta a tale obiezione
è che ciascuno dei nostri sensi ci fa conoscere, quale
oggetto proprio, una qualità distinta da quelle conosciute
attraverso gli altri sensi; ora, una qualità non può
esistere se non in qualcosa a cui essa possa essere riferita
così come un attributo è riferito al suo soggetto,
e poiché ognuna delle qualità sensibili è
in tal modo attribuibile a un elemento di cui essa è
la proprietà caratteristica, occorre necessariamente
che ai cinque sensi corrispondano cinque elementi distinti.
La qualità
sensibile che è riferita all'etere è il
suono; ciò necessita di qualche spiegazione, che sarà
facilmente capita se si fa intervenire il modo di produzione
del suono per un movimento vibratorio, cosa che è ben
lontana dall'essere una scoperta recente come qualcuno
potrebbe credere, giacché Kanâda afferma espressamente
che "Il suono si propaga per ondulazioni, onda dopo onda,
increspazione dopo increspazione, irraggiandosi in tutte le
direzioni a partire da un centro fisso". Simile movimento
si propaga attorno al suo punto di partenza in onde concentriche,
uniformemente suddivise secondo tutte le direzioni dello spazio,
il che dà origine alla figura di uno sferoide indefinito
e non chiuso. è questo il movimento meno differenziato
di tutti, a motivo di quella che potremmo chiamare la sua
"isotropia", ed è questa la ragione per cui
esso potrà dar origine a tutti gli altri movimenti,
i quali si distingueranno da esso nel senso che non si attueranno
più in modo uniforme secondo tutte le direzioni; e,
analogamente, tutte le forme più particolarizzate deriveranno
dalla forma sferica originaria. Per cui, la differenziazione
dell'etere primitivamente omogeneo, differenziazione
che genera gli altri elementi, ha come origine un movimento
elementare producentesi, nella maniera da noi descritta, a
partire da un punto iniziale qualsiasi, in tale ambiente cosmico
indefinito; ma questo movimento elementare non è altro
se non il prototipo dell'ondulazione sonora. La sensazione
uditiva è del resto la sola che ci faccia percepire
direttamente un movimento vibratorio; quand'anche si
ammetta, con la maggioranza dei fisici moderni, che le altre
sensazioni provengono da una trasformazione di simili movimenti,
non è tuttavia meno vero che esse ne differiscono qualitativamente
in quanto sensazioni, che è a tal proposito l'unica
considerazione essenziale. Sotto un altro aspetto, quel che
abbiamo detto indica che è nell'etere che risiede
la causa del suono, ma bisogna altresì comprendere
che tale causa deve essere distinta dagli ambienti diversi
che possono servire in modo secondario alla propagazione del
suono, e contribuiscono a rendercelo percepibile amplificando
le vibrazioni eteriche elementari, e ciò in maggior
misura quanto più densi siano tali ambienti; aggiungeremo
per finire, a questo proposito, che la qualità sonora
è anche sensibile negli altri quattro elementi, e questo
perché essi procedono tutti dall'etere. Fatta
astrazione da queste considerazioni, l'attribuzione della
qualità sonora all'etere, ossia al primo degli
elementi, ha un'altra ragione profonda, che si ricollega
alla dottrina della primordialità e della perpetuità
del suono; ma questo è un argomento al quale possiamo
soltanto fare un'allusione di sfuggita.
Il secondo
elemento, il primo a differenziarsi partendo dall'etere,
è vâyu, o l'aria; il termine vâyu,
dalla radice verbale vâ, che significa "andare"
o "muoversi", indica propriamente il fiato o il
vento, e conseguentemente il carattere essenziale di questo
elemento è considerato essere la mobilità. Come
già abbiamo detto, l'aria è, in modo più
preciso, vista come dotata di un movimento trasversale, movimento
nel quale non tutte le direzioni dello spazio hanno più
la stessa funzione, come invece avveniva nel movimento sferoidale
esaminato in precedenza, ma si effettua al contrario seguendo
una direzione definita e particolare; si tratta in altre parole
del movimento rettilineo, al quale dà origine la determinazione
di tale direzione. La propagazione del movimento secondo certe
direzioni implica una rottura dell'omogeneità
dell'ambiente cosmico; di conseguenza avremo un movimento
complesso, il quale, non essendo più "isotropo",
dovrà essere costituito da una combinazione, o coordinazione,
di movimenti vibratoti elementari. Simile movimento dà
origine a forme del pari complesse, e poiché la forma
è ciò che concerne in primo luogo il tatto,
la qualità tangibile può essere riferita all'aria
come se le appartenesse in proprio, in quanto questo elemento
è, a motivo della sua mobilità, il principio
della differenziazione delle forme. è dunque per effetto
della mobilità che l'aria ci è resa sensibile;
analogicamente, del resto, l'aria atmosferica diventa
sensibile al tatto solo attraverso il suo spostarsi; sennonché,
in coerenza con l'osservazione da noi fatta in precedenza
in via generale, occorre evitare di confondere l'elemento
aria con l'aria atmosferica la quale è
un corpo , come taluni non hanno mancato di fare dopo
aver constatato alcuni accostamenti di questo genere. è
per questa ragione che Kanâda afferma che l'aria
è incolore; ma non è difficile capire come le
cose debbano di fatto stare così, senza neppure dover
riferirsi alle proprietà dell'aria atmosferica,
perché il colore è una qualità del fuoco,
e quest'ultimo è logicamente posteriore all'aria
nell'ordine di sviluppo degli elementi; tale qualità
non è perciò ancora manifestata nello stadio
rappresentato dall'aria.
Il terzo elemento
è tejas, o il fuoco, il quale si manifesta ai
nostri sensi sotto due aspetti principali, come luce e come
calore; la sua qualità propria è la visibilità,
e sotto questo profilo quello che deve esser preso in considerazione
è il suo aspetto luminoso; è una cosa troppo
chiara perché ci sia bisogno di spiegazioni, giacché
è evidente che è soltanto in virtù della
luce che i corpi si rendono visibili. Secondo Kanâda
"la luce è colorata, ed è il principio
della colorazione dei corpi"; il colore è perciò
una proprietà caratteristica della luce: nella stessa
luce il colore è bianco e risplendente; nei diversi
corpi esso è variabile, e fra le sue modificazioni
si possono distinguere colori semplici e colori composti,
o miscelati. Ricorderemo che i Pitagorici, a detta di Plutarco,
affermavano analogamente che "i colori non sono se non
un riflesso della luce, modificata in maniere diverse";
sarebbe perciò anche qui decisamente sbagliato prendere
questa constatazione per una scoperta della scienza moderna.
Inoltre, dal punto di vista del suo aspetto calorico, il fuoco
è reso sensibile al tatto, nel quale produce l'impressione
della temperatura; sotto questo aspetto l'aria è
neutra, perché è anteriore al fuoco e perché
il calore è un aspetto di quest'ultimo; quanto
al freddo, esso è considerato una proprietà
caratteristica dell'acqua. Per cui, tanto per quanto
riguarda la temperatura quanto per quel che concerne l'azione
delle due tendenze ascendente e discendente da noi definite
in precedenza, il fuoco e l'acqua si oppongono l'uno
all'altra, mentre l'aria si trova in uno stato di
equilibrio tra questi due elementi. Del resto, se si tien
conto che il freddo aumenta la densità dei corpi contraendoli,
mentre il calore li dilata e li rende più sottili,
si potrà riuscire senza difficoltà ad ammettere
che la correlazione del calore e del freddo, rispettivamente
con il fuoco e con l'acqua, si trova compresa, a titolo
di applicazione particolare e di semplice conseguenza, nella
teoria generale dei tre guna e della loro ripartizione
nell'insieme della sfera elementare.
Il quarto elemento,
ap o acqua, ha quali proprietà caratteristiche,
oltre al freddo di cui abbiamo testé detto, la densità
o gravità, che condivide con la terra, e la fluidità
o viscosità, qualità a motivo della quale si
distingue da tutti gli altri elementi; abbiamo già
segnalato la correlazione di queste due proprietà con
le azioni rispettive di tamas e di rajas. Inoltre,
la qualità sensibile che corrisponde all'acqua
è il sapore; e si può notare, incidentalmente,
quantunque non sia il caso di annettere un'importanza
eccessiva a considerazioni di questo genere, che ciò
si riscontra in accordo con l'opinione dei fisiologi
moderni, i quali pensano che un corpo non è "sapido"
se non nella misura in cui può dissolversi nella saliva;
in altri termini, il sapore è, in qualsiasi corpo,
una conseguenza della fluidità.
Infine, il
quinto e ultimo elemento è prithvî, o
la terra, la quale, non possedendo più la fluidità
dell'acqua, corrisponde alla modalità corporea
più condensata di tutte; conseguentemente, è
in questo elemento che si ritrova nelle proporzioni più
alte la gravità, la quale si manifesta nella discesa,
o caduta dei corpi. La qualità sensibile propria della
terra è l'odore; è questa la ragione per
cui tale qualità è considerata risiedere in
particelle solide che, staccandosi dai corpi, entrano in contatto
con l'organo dell'odorato. Anche su questo punto
non sembra esserci disaccordo con le teorie fisiologiche attuali;
sennonché, quand'anche ci fosse un qualsiasi disaccordo,
l'importanza di quest'ultimo sarebbe in fondo trascurabile,
poiché l'errore dovrebbe in tal caso essere ricercato
dalla parte della scienza profana e non da quella della dottrina
tradizionale.
Per terminare,
diremo qualche parola del modo in cui la dottrina indù
riguarda gli organi dei sensi nel loro rapporto con gli elementi:
dal momento che ogni qualità sensibile procede da un
elemento nel quale essa essenzialmente risiede, occorre che
l'organo per mezzo del quale tale qualità è
percepita sia conforme a questo elemento, vale a dire che
l'organo deve compartire la natura dell'elemento
a cui corrisponde. è in questo modo che i veri organi
dei sensi sono costituiti, e, contrariamente all'opinione
dei Buddhisti, essi vanno distinti dagli organi esterni, ossia
dalle parti del corpo umano che sono soltanto le loro sedi
e i loro strumenti. è così che il vero organo
dell'udito non è il padiglione auricolare, ma
la porzione di etere contenuta nell'orecchio interno,
la quale entra in vibrazione sotto l'influenza di una
ondulazione sonora; e Kanâda fa osservare che non è
la prima onda, né le onde intermedie, a far percepire
il suono, ma l'ultima onda che viene a contatto con l'organo
dell'udito. Analogamente, il vero organo della vista
non è il globo oculare, né la pupilla, e neppure
la retina, ma un principio luminoso che risiede nell'occhio,
ed entra in comunicazione con la luce emanata dagli oggetti
esterni o da essi riflessa; la luminosità dell'occhio
non è abitualmente visibile, ma può diventare
visibile in determinate circostanze, in particolare negli
animali che vedono nell'oscurità della notte.
Bisogna inoltre notare che il raggio luminoso mediante il
quale si effettua la percezione visiva, e si estende tra l'occhio
e l'oggetto percepito, può essere inteso nei due
sensi, sia come se partisse dall'occhio per raggiungere
l'oggetto, o, reciprocamente, come se provenisse dall'oggetto
e procedesse verso la pupilla oculare; una simile teoria della
visione si ritrova nei Pitagorici, ed è pure in accordo
con la definizione della sensazione data da Aristotele, il
quale affermava che essa è "l'atto comune
del senziente e del sentito". Considerazioni di ugual
genere potrebbero farsi per gli organi di ognuno degli altri
sensi; noi pensiamo però che gli esempi che abbiamo
già dato siano sufficienti a fornire indicazioni soddisfacenti.
Questa è,
esposta nelle sue grandi linee e interpretata nel modo più
esatto possibile, la teoria indù degli elementi; essa,
oltre a presentare un indubbio interesse di per se stessa,
è tale da far comprendere in modo più generale
quale sia il punto di vista "cosmologico" nelle
dottrine tradizionali.
Note
1. Pubblicato
in "Le Voile d'Isis", agosto-settembre 1935.
2. Struve, De elementis
Empedoclis.
3. Nella figura posta
sul frontespizio del Trattato De Arte Combinatoria
di Leibniz, il quale è influenzato dalle concezioni
ermetiche, la "quintessenza" è rappresentata,
al centro della croce degli elementi (o, se si vuole, della
croce doppia degli elementi e delle qualità), da una
rosa con cinque petali, e forma quindi il simbolo rosacrociano.
L'espressione quinta essentia può essere
altresì riferita alla "quintupla natura dell'etere",
la quale non deve essere intesa come riguardante cinque diversi
"eteri", come è stato immaginato da alcuni
moderni (il che è in contraddizione con l'indifferenziazione
dell'elemento primordiale), ma l'etere concepito
in sé e quale principio degli altri quattro elementi;
è questa, d'altronde, l'interpretazione alchemica
della rosa a cinque petali alla quale abbiamo fatto riferimento.
4. Questi "cinque
elementi" si dispongono altresì secondo una figura
cruciale formata dalla duplice opposizione dell'acqua
e del fuoco, del legno e del metallo, ma il cui centro è
occupato dalla terra.
5. Marcel Granet: La
Pensée chinoise, p. 313; p. 233 dell'edizione
italiana (Il Pensiero cinese, Milano, Adelphi).
6. è sottinteso
che non si può pensare in nessun modo di dar corpo,
presupponendo una successione cronologica nell'esercizio
dei diversi sensi, a una concezione del tipo di quella della
statua ideale immaginata da Condillac nel suo troppo famoso
Traité des Sensations.
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