La
metafisica orientale
Ho
scelto come argomento di questa esposizione la metafisica
orientale; forse sarebbe stato meglio dire semplicemente
la metafisica senza qualificativi perché, in
verità, la metafisica pura, per sua essenza
al di fuori e al di là di tutte le forme e
di tutte le contingenze, non è né orientale
né occidentale: è universale. Sono soltanto
le forme esteriori di cui essa è rivestita
per necessità di esposizione, per esprimerne
ciò che è esprimibile, sono tali forme
che possono essere o orientali o occidentali; ma,
sotto la loro diversità, è un fondo
identico che si ritrova dappertutto e sempre, dovunque,
per lo meno, ci sia metafisica vera, e questo per
la semplice ragione che la verità è
una.
Se
le cose stanno così, perché parlare
più particolarmente di metafisica orientale?
Il fatto è che nelle condizioni in cui si trova
attualmente il mondo occidentale, la metafisica, in
esso, è cosa dimenticata, in generale ignorata,
perduta quasi interamente, mentre in Oriente essa
è sempre oggetto di una conoscenza effettiva.
Se si vuol sapere che cos'è la metafisica è
perciò all'Oriente che ci si deve rivolgere;
e anche quando si voglia ritrovare qualcosa delle
antiche tradizioni metafisiche che hanno potuto esistere
in Occidente, in un Occidente che, sotto molti aspetti,
era allora singolarmente più vicino all'Oriente
di quanto non sia oggi, è soprattutto con l'aiuto
delle dottrine orientali e per confronto con queste
ultime che si potrà riuscire a farlo, giacché
tali dottrine sono le sole che, nel campo della metafisica,
possano ancora essere studiate in modo diretto. Sennonché,
a questo fine, è chiaramente evidente che occorre
studiarle come fanno gli Orientali stessi, e non abbandonandosi
a interpretazioni più o meno ipotetiche e talvolta
del tutto fantasiose; troppo spesso si dimentica che
le civiltà orientali esistono sempre e hanno
ancora dei rappresentanti qualificati, dai quali sarebbe
sufficiente informarsi per sapere veramente di cosa
si tratti.
Ho
detto metafisica orientale, e non unicamente metafisica
indù, perché le dottrine di questo tipo,
con tutto quel che implicano, non si incontrano soltanto
in India, contrariamente a ciò che qualcuno
sembra credere, qualcuno che del resto non si rende
ben conto della loro vera natura. Il caso dell'India
non è affatto eccezionale, sotto questo riguardo;
esso è esattamente quello di tutte le civiltà
che possiedano quella che potrebbe esser detta una
base tradizionale. A essere eccezionali e anormali
sono al contrarlo le civiltà che di tale base
siano sprovviste; e, a dire il vero, di simili civiltà
noi non ne conosciamo che una, la civiltà occidentale
moderna. Per tenere soltanto conto delle principali
civiltà dell'Oriente, l'equivalente della metafisica
indù si trova, in Cina, nel taoismo; esso si
trova anche, d'altro canto, in certe scuole esoteriche
dell'Islâm (occorre però capire chiaramente
che tale esoterismo islamico non ha nulla in comune
con la filosofia esteriore degli arabi, la cui ispirazione
è greca per la sua maggior parte). La sola
differenza è che, dappertutto all'infuori dell'India,
queste dottrine sono riservate a un'élite più
ristretta e più chiusa; è quel che avvenne
anche in Occidente, nel medioevo, di un esoterismo
piuttosto simile a quello dell'Islâm sotto più
di un aspetto, esoterismo che era anch'esso altrettanto
puramente metafisico quanto quest'ultimo, ma del quale
i moderni, nella loro maggioranza, non sospettano
neppure più l'esistenza. In India non si può
parlare di esoterismo nel senso proprio della parola,
perché in essa non si trova una dottrina a
due volti, uno exoterico e uno esoterico; in India
si può solo parlare di un esoterismo naturale,
nel senso che ognuno approfondirà la dottrina
di più o di meno, e andrà più
o meno lontano secondo la misura delle sue proprie
possibilità intellettuali, giacché per
certe individualità umane esistono limitazioni
che sono inerenti alla loro stessa natura e che è
loro impossibile superare.
Naturalmente
le forme cambiano da una civiltà all'altra,
poiché esse devono adattarsi a condizioni differenti;
sennonché, pur essendo maggiormente abituato
alle forme indù, non provo nessun scrupolo
a servirmi di altre quando ciò sia necessario,
se si verifica cioè che esse possano essere
d'aiuto alla comprensione di certi punti; in un fatto
come questo non vediamo inconvenienti, giacché
in fondo non si tratta che di espressioni diverse
della stessa cosa. Una volta ancora, la verità
è una ed essa è la stessa per tutti
coloro che, per un qualunque cammino, siano pervenuti
alla sua conoscenza.
Detto
questo, è opportuno che ci si intenda sul significato
da dare qui alla parola "metafisica", e ciò
avrà tanto maggiore importanza in quanto ho
spesso avuto occasione di constatare che non tutti
la comprendono nello stesso modo. Io penso che la
miglior cosa da fare, di fronte a parole che possono
dar luogo a qualche equivoco, sia di restituir loro,
per quanto possibile, il loro significato originario
ed etimologico. Ora, stando alla sua composizione,
la parola "metafisica" significa letteralmente "di
là dalla fisica", intendendo "fisica" nell'accezione
che tale termine aveva sempre avuto per gli antichi,
accezione che è quella di "scienza della natura"
in tutta la sua generalità. La fisica è
lo studio di tutto quel che appartiene all'ambito
della natura; ciò che riguarda la metafisica
è quel che è di là dalla natura.
Come si spiega, perciò, che alcuni possano
sostenere che la conoscenza metafisica è una
conoscenza naturale, sia per quel che riguarda il
suo oggetto, sia per quel che concerne le facoltà
per mezzo delle quali essa è ottenuta? è
questo un vero e proprio controsenso, una contraddizione
in termini; e tuttavia - cosa più stupefacente
ancora - capita che simile confusione sia perpetrata
da coloro stessi che dovrebbero aver conservato qualche
idea della vera metafisica e dovrebbero saperla distinguere
più chiaramente dalla pseudo-metafisica dei
filosofi moderni.
Ma,
si dirà forse, se la parola "metafisica" si
presta a confusioni del genere, non sarebbe meglio
rinunciare a servirsene, sostituendola con un'altra
che abbia meno inconvenienti? In verità ciò
sarebbe inopportuno, poiché, a motivo della
sua formazione, tale parola si adatta perfettamente
a ciò a cui si applica; ed è inoltre
pressoché impossibile, inteso che le lingue
occidentali non possiedono nessun altro termine che
si presti così bene a quest'uso. Di servirsi
semplicemente della parola "conoscenza", come si fa
in India, trattandosi in effetti della conoscenza
per eccellenza, la sola che sia assolutamente degna
di tal nome, non c'è neppure da pensarci, giacché
la cosa sarebbe ancora meno chiara per degli Occidentali,
abituati, in quanto a conoscenza, a non tener conto
di nulla che non rientri nell'ambito scientifico e
razionale. E inoltre, è forse necessario preoccuparsi
tanto dell'abuso che di una parola è stato
fatto? Se si dovessero scartare tutte quelle che si
trovano in questo stesso caso, quante ne rimarrebbero
ancora a nostra disposizione? Non basta forse che
si prendano le precauzioni necessarie per evitare
errori e malintesi? Non è che noi teniamo alla
parola "metafisica" più di quanto non teniamo
a qualsiasi altra parola; sennonché, fino a
che non ci venga proposto un termine migliore per
sostituirla, continueremo a servircene come abbiamo
fatto finora.
Sfortunatamente
c'è gente che ha la pretesa di "giudicare"
quel che non conosce, e poiché costoro assegnano
il nome di "metafisica" a una conoscenza puramente
umana e razionale (il che per noi è soltanto
scienza o filosofia), immaginano che la metafisica
orientale non sia niente di più né d'altro
se non questo, dal che traggono logicamente la conclusione
che la metafisica non può portare a questi
o a quegli altri risultati. E tuttavia essa a simili
risultati effettivamente conduce, ma proprio perché
è cosa del tutto diversa da quel che presumono
loro; tutto quel che essi prendono in considerazione
non ha veramente nulla di metafisico dal momento che
si tratta soltanto di una conoscenza d'ordine naturale,
di un sapere profano ed esteriore; non è affatto
di questo che noi intendiamo parlare. Vorremmo dunque
intendere "metafisica" come un sinonimo di "soprannaturale"?
Accetteremmo molto volentieri un accostamento simile,
giacché, finché non si oltrepassi la
natura, ossia il mondo manifestato in tutta la sua
estensione (e non il solo mondo sensibile che di esso
è soltanto un elemento infinitesimale), si
è ancora nell'ambito della fisica; quel che
è metafisico è - come già abbiamo
detto - quel che è al di là e al di
sopra della natura, ed è perciò propriamente
ciò che è "soprannaturale".
Ma
qui si avanzerà indubbiamente un'obiezione:
è quindi possibile andare in tal modo al di
là della natura? Non esiteremo a rispondere
in modo nettissimo: non solo ciò è possibile,
ma ciò è. Questa non è però
che un'affermazione, si dirà ancora; quali
sono le prove che se ne possono dare? è veramente
strano che si chieda di provare la possibilità
di una conoscenza invece di cercare di rendersene
conto da se stessi facendo il lavoro necessario per
acquisirla. Per chi possieda simile conoscenza, quale
interesse e quale valore possono avere tutte queste
discussioni? Il fatto di sostituire la conoscenza
in sé e per sé con la "teoria della
conoscenza" è forse la più bella ammissione
di impotenza della filosofia moderna.
Del
resto c'è in ogni certezza qualcosa di incomunicabile;
nessuno può arrivare realmente a una qualsiasi
conoscenza se non mediante uno sforzo strettamente
personale, e tutto quel che un altro può fare
è fornire l'occasione e indicare i mezzi per
giungervi. è questa la ragione per cui sarebbe
vano pretendere, in campo puramente intellettuale,
di imporre una convinzione qualsivoglia; l'argomentazione
migliore non potrebbe, a tal riguardo, sostituirsi
alla conoscenza diretta ed effettiva.
Ora,
la metafisica quale noi l'intendiamo può essere
definita? No, perché definire significa sempre
limitare, e ciò di cui è questione è,
in sé, veramente e assolutamente illimitato
e per questa ragione non può lasciarsi rinchiudere
in nessuna formula o in nessun sistema. In certo qual
modo la metafisica può essere caratterizzata,
ad esempio dicendo che essa è la conoscenza
dei principi universali; ma non si tratta allora di
una vera e propria definizione, e del resto tale caratterizzazione
può darne solo un'idea abbastanza vaga. Vi
aggiungeremo qualcosa se diciamo che l'ambito dei
principi è molto più vasto di quanto
non abbiano pensato certi Occidentali che hanno a
ogni buon conto fatto della metafisica, ma in un modo
parziale e incompleto. Così, quando Aristotele
vedeva la metafisica come la conoscenza dell'essere
in quanto essere, egli la faceva simile all'ontologia,
assumeva, cioè, la parte per il tutto. Per
la metafisica orientale l'essere puro non è
né il primo né il più universale
dei principi, poiché è già una
determinazione; occorre perciò andare di là
dall'essere e, anzi, è questo quel che più
importa. Questa è la ragione per cui, in ogni
concezione veramente metafisica, occorre sempre tener
presente il posto che ha l'inesprimibile; anzi, tutto
quel che si può esprimere non è letteralmente
nulla nei confronti di ciò che oltrepassa qualsiasi
espressione, così come il finito, qualunque
sia la sua grandezza, è nullo nei riguardi
dell'Infinito. Molto più che esprimere si può
suggerire, e di tal tipo è il ruolo che in
questo campo adempiono le forme esteriori; tutte queste
forme, si tratti di parole o si tratti di simboli
di qualunque genere, costituiscono soltanto un supporto,
un punto d'appoggio per elevarsi a possibilità
di concezione che le sopravanzano senza paragone;
torneremo più avanti sull'argomento.
...Continua