Benché il presente
studio sembri, almeno a prima vista, avere un carattere alquanto
"speciale", ci è parso utile intraprenderlo per precisare
e spiegare più completamente certe nozioni da noi richiamate
nelle diverse occasioni in cui ci siamo serviti del simbolismo
matematico, e questa ragione basterebbe a giustificarlo senza
insistere oltre. Tuttavia, dobbiamo dire che vi si aggiungono
altre ragioni secondarie, che concernono soprattutto quel
che si potrebbe chiamare l'aspetto "storico" della questione;
questo, in effetti, non è interamente privo di interesse
per il nostro punto di vista, nel senso che tutte le discussioni
che sono state sollevate sulla natura e sul valore del calcolo
infinitesimale offrono un sorprendente esempio di quella assenza
di principi che caratterizza le scienze profane, cioè
le sole scienze che i moderni conoscono e anzi concepiscono
come possibili. Abbiamo spesso fatto rilevare che la maggior
parte di queste scienze, anche nella misura in cui ancora
corrispondono a qualche realtà, non rappresentano nulla
di più di semplici residui naturali di alcune delle
antiche scienze tradizionali: è la parte più
inferiore di quelle che, avendo cessato d'esser posta
in relazione coi principi, e avendo perduto per ciò
il suo vero significato originale, ha finito per assumere
uno sviluppo indipendente e per essere ritenuta come una conoscenza
sufficiente a se stessa, benché, in verità,
il suo valore peculiare come conoscenza si trovi precisamente
ridotto con ciò stesso quasi a nulla. La qual cosa
è soprattutto evidente quando si tratta delle scienze
fisiche, ma, come abbiamo già spiegato altrove (1),
la stessa matematica moderna non fornisce sotto questo aspetto
una eccezione, se la si confronta a quel che erano per gli
antichi la scienza dei numeri e la geometria; e, quando qui
parliamo degli antichi, bisogna comprendervi anche l'antichità
"classica", come il minimo studio delle teorie pitagoriche
e platoniche basta a dimostrare, o almeno lo dovrebbe se non
si dovesse tener conto della straordinaria incomprensione
di coloro che oggi pretendono di interpretarle; se questa
incomprensione non fosse così completa, come si potrebbe
sostenere, per esempio, l'opinione di una origine "empirica"
delle scienze in questione, quando, in realtà, appaiono
al contrario tanto più lontane da ogni empirismo quanto
più si risalga lontano nel tempo, così come
accade d'altronde per ogni altra branca della conoscenza
scientifica?
I matematici, nell'epoca
moderna, e più particolarmente ancora nell'epoca
contemporanea, sembrano essere arrivati ad ignorare quel che
è il numero veramente; e noi non intendiamo parlare
sol tanto del numero preso in senso analogico e simbolico
come lo intendevano i Pitagorici e i Kabbalisti, cosa che
è troppo evidente, ma anche, cosa che può sembrare
più strana e quasi paradossale, del numero nella sua
accezione semplicemente e propriamente quantitativa. In effetti
essi riducono ogni loro scienza al calcolo, secondo la più
ristretta concezione che se ne possa avere, cioè considerato
come un semplice insieme di procedimenti più o meno
artificiali e che non valgono insomma che per le applicazioni
pratiche alle quali danno luogo; in fondo, ciò significa
dire che essi sostituiscono il numero con la cifra, e, del
resto, questa confusione del numero con la cifra è
così estesa oggi che si potrebbe facilmente ritrovarla
ad ogni piè sospinto persino nelle espressioni del
linguaggio corrente (2). Ora la cifra non è, in tutto
rigore, niente di più che il vestito del numero; non
diciamo anche il suo corpo, perché è piuttosto
la forma geometrica che, sotto certi aspetti, può essere
legittimamente considerata come costituente il vero corpo
del numero, come dimostrano anche le teorie degli antichi
sui poligoni e sui poliedri, messi in rapporto diretto con
il simbolismo dei numeri; e ciò si accorda d'altronde
con il fatto che ogni "incorporazione" implica necessariamente
una "spazializzazione". Noi non vogliamo, tuttavia, che le
cifre stesse possano dirsi segni interamente arbitrari, la
cui forma non sarebbe stata determinata che dalla fantasia
di uno o più individui; deve valere per i caratteri
numerici ciò che vale per i caratteri alfabetici, dai
quali d'altra parte i primi non si distinguono affatto
in certe lingue (3), e si può applicare agli uni come
agli altri la nozione di una origine geroglifica, cioè
ideografica o simbolica, che vale per tutte le scritture senza
eccezioni, per quanto dissimulata questa origine possa essere
in certi casi dalle deformazioni o dalle alterazioni più
o meno recenti.
Ciò che c'è
di certo, è che i matematici impiegano nella loro notazione
dei simboli di cui non conoscono più il senso, e che
sono come delle vestigia di dimenticate tradizioni; e quel
che è più grave, è che non solamente
essi non si domandano quale possa essere questo senso, ma
anche sembra che non vogliano che ve ne sia uno. In effetti,
essi tendono sempre di più a considerare ogni notazione
come una semplice "convenzione", con il che intendono qualche
cosa che è data in maniera del tutto arbitraria, ciò
che, in fondo, è una vera impossibilità, perché
non si fa mai una qualsiasi convenzione senza aver qualche
ragione di farla, e di fare precisamente quella piuttosto
che ogni altra possibile; è soltanto a coloro che ignorano
questa ragione che la convenzione può apparire arbitraria,
come non è che a coloro che ignorano le cause di un
avvenimento che questo può sembrare "fortuito"; è
ciò che accade in questo caso, e vi si può vedere
una delle conseguenze più estreme dell'assenza
di ogni principio, che arriva fino a far perdere alla scienza,
o alla sedicente tale, poiché allora essa non merita
più veramente questo nome sotto nessun riguardo, ogni
significato plausibile. D'altra parte, per il fatto stesso
della concezione attuale di una scienza esclusivamente quantitativa,
questo "convenzionalismo" si estende poco a poco dalla matematica
alle scienze fisiche nelle loro teorie più recenti,
che così si allontanano sempre più dalla realtà
che pretendono di spiegare; abbiamo insistito su ciò
sufficientemente in un'altra opera e ci dispensiamo dal
parlarne ancora, tanto più che è della sola
matematica che ora ci dobbiamo occupare più particolarmente.
Sotto questo punto di vista, aggiungeremo soltanto che, quando
si perde così completamente di vista il senso di una
notazione, è poi facilissimo passare dall'uso
legittimo e valido di quella ad un uso illegittimo, che non
corrisponde più effettivamente a nulla, e che può
anche essere talvolta del tutto illogico; ciò può
sembrare abbastanza straordinario quando si tratta di una
scienza come la matematica, che dovrebbe avere con la logica
legami particolarmente stretti, e tuttavia è talmente
vero che si può rilevare una molteplicità di
illogismi nelle notazioni matematiche come sono comunque concepite
nella nostra epoca.
Uno degli esempi più
notevoli di queste notazioni illogiche, proprio quello che
dovremo esaminare qui prima di tutto, benché non sia
il solo che incontreremo nel corso della nostra esposizione,
è quello del preteso infinito matematico o quantitativo,
che è la fonte di quasi tutte le difficoltà
che sono state sollevate verso il calcolo infinitesimale,
o, forse più esattamente, contro il metodo infinitesimale,
poiché qui c'è qualcosa che oltrepassa
la portata di un semplice "calcolo" nel senso ordinario di
questa parola, checché ne possano pensare i "convenzionalisti";
non vi sono eccezioni da fare che per quelle di queste difficoltà
che provengono da una concezione erronea o insufficiente della
nozione di "limite", indispensabile per giustificare il rigore
di questo metodo infinitesimale e per farne un'altra
cosa che un semplice metodo di approssimazione. C'è
d'altra parte, come vedremo, una distinzione da fare
tra i casi in cui il cosiddetto infinito non esprime che una
pura e semplice astrusità, cioè una idea contraddittoria
in se stessa, come quella del "numero infinito", e quei casi
in cui esso è semplicemente impiegato in maniera abusiva
nel senso di indefinito; ma non bisognerebbe credere per questo
che la stessa confusione dell'infinito e dell'indefinito
si riduca ad una semplice questione di parole, poiché
veramente essa si basa sulle idee stesse Quel che è
singolare, è che questa confusione, che sarebbe stato
sufficiente dissipare per eliminare tante discussioni, sia
stata commessa da Leibnitz stesso, che è generalmente
ritenuto come l'inventore del calcolo infinitesimale,
e che chiameremmo piuttosto il suo "formulatore", poiché
questo metodo corrisponde a certe realtà, che, come
tali, hanno una esistenza indipendente da colui che le concepisce
e che le esprime più o meno perfettamente; le realtà
dell'ordine matematico non possono, come tutte le altre,
che essere scoperte e non inventate, mentre, al contrario,
è di "invenzione" che si tratta allorché, come
pure accade troppo spesso in questo dominio, ci si lascia
trascinare, effettivamente da un "gioco di notazione", nella
pura fantasia; ma sarebbe sicuramente ben difficile far comprendere
questa differenza a dei matematici che si immaginano volentieri
che tutta la loro scienza non è e non deve essere niente
altro che una "costruzione dello spirito umano", cosa che,
se bisognasse credere a loro, la ridurrebbe certo a non essere
in verità che ben poca cosa! Comunque, Leibnitz non
seppe mai spiegarsi chiaramente sui principi del suo calcolo,
e ciò ben dimostra che qui vi era qualcosa che lo oltrepassava
e che gli si imponeva in una qualche maniera senza che egli
ne avesse coscienza; se se ne fosse reso conto, non si sarebbe
sicuramente impegnato in una disputa di "priorità"
con Newton, e d'altra parte tali dispute sono sempre
perfettamente vane, poiché le idee, in quanto sono
vere, non potrebbero essere proprietà di qualcuno,
nonostante l'"individualismo moderno", e non v'è
che l'errore che possa essere propriamente attribuito
agli individui umani. In seguito non ci dilungheremo su questa
questione, che ci potrebbe trascinare molto lontano dall'oggetto
del nostro studio, benché può darsi che non
sia inutile, sotto certi punti di vista, far comprendere che
il ruolo di coloro che si chiamano "grandi uomini" è
spesso, per una buona parte, un ruolo di "recettori", sebbene
essi siano generalmente i primi a illudersi della loro "originalità".
Ciò che ci concerne
più direttamente per il momento, è questo: se
dobbiamo constatare tali insufficienze in Leibnitz, e delle
insufficienze tanto più gravi in quanto esse vertono
soprattutto sui problemi dei principi, che ne potrà
essere degli altri filosofi e matematici moderni, ai quali
egli è malgrado tutto sicuramente molto superiore?
Questa superiorità, egli la deve, da una parte, allo
studio che aveva fatto delle dottrine scolastiche del medioevo,
benché egli non le abbia sempre interamente comprese,
e, d'altra parte, a certi dati esoterici, di origine
o di ispirazione principalmente Rosicruciana (4), dati evidentemente
molto incompleti e anche frammentari, e che d'altra parte
gli accadde talvolta di applicare assai male, come ne vedremo
qualche esempio proprio qui; è a queste due "fonti",
per parlare come gli storici, che conviene riferire, in definitiva,
quasi tutto ciò che c'è di realmente valido
nelle sue teorie, e è ciò che anche gli permise
di reagire, benché imperfettamente, contro il cartesianismo,
che rappresentava allora, nel doppio dominio filosofico e
scientifico, tutto l'insieme delle tendenze e delle concezioni
più specificatamente moderne. Questa nota è
sufficiente insomma a spiegare, con qualche parola, tutto
quel che fu Leibnitz, e, se si vuol comprenderlo, non bisognerebbe
mai perdere di vista queste indicazioni generali, che noi
abbiamo creduto sia stato, per questa ragione, bene formulare
all'inizio; ma è tempo di lasciare queste considerazioni
preliminari per entrare nell'esame delle questioni stesse
che ci permetteranno di determinare il vero significato del
calcolo infinitesimale.
Note
1. Vedere Il Regno della
Quantità e i Segni dei Tempi.
2. La stessa cosa accade ai
"pseudo-esoteristi" i quali sanno così poco di ciò
di cui vogliono parlare che non mancano mai di commettere
questa stessa confusione nelle elucubrazioni fantasiose che
essi hanno la pretesa di sostituire alla scienza tradizionale
dei numeri!
3. L'ebraico e il greco
ricadono in questo caso, ed anche l'arabo prima dell'introduzione
dell'uso delle cifre indiane, le quali, in seguito, più
o meno modificandosi durante il Medioevo passarono in Europa;
si può notare, a tale proposito che la stessa parola
cifra non è altro che la parola araba çifr,
sebbene quest'ultima sia in realtà la designazione
dello zero. è vero che in ebraico, d'altra parte,
saphar significa "contare" o "numerare" come anche
"scrivere", da cui sepher, "scrittura" o "libro"
(in arabo sifr, che designa particolarmente un libro
sacro), e sephar, "numerazione" o "calcolo"; da quest'ultima
parola proviene anche la designazione dei Sephiroth
della Kabbala, che sono le "numerazioni" principali
assimilate agli attributi divini.
4. Il marchio innegabile di
questa origine si trova nella figura ermetica posta da Leibnitz
all'inizio del suo trattato De arte combinatoria:
è una rappresentazione della Rota Mundi, nella
quale al centro della doppia croce degli elementi (fuoco e
acqua, aria e terra) e delle qualità (caldo e freddo,
secco e umido), la quinta essentia è simboleggiata
da una rosa a cinque petali (corrispondente all'etere
considerato in se stesso e quale principio degli altri quattro
elementi); naturalmente, questo "disegno" è passato
completamente inosservato a tutti i commentatori universitari.